robin-woodard

Sta per arrivare la morte del dollaro?

di Robert Fisk
sabato 24 ottobre 2009 di anik

Quasi a simboleggiare il nuovo ordine mondiale, gli Stati arabi hanno
avviato trattative segrete con Cina, Russia e Francia per smettere di
usare la valuta americana per le transazioni petrolifere.

Mettendo in atto la più radicale trasformazione finanziaria della
recente storia del Medio Oriente gli Stati arabi stanno pensando –
insieme a Cina, Russia, Giappone e Francia – di abbandonare il dollaro
come valuta per il pagamento del petrolio adottando al suo posto un
paniere di valute tra cui lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’euro,
l’oro e una nuova moneta unica prevista per i Paesi aderenti al
Consiglio per la cooperazione del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Abu
Dhabi, Kuwait e Qatar.

Incontri segreti hanno già avuto luogo tra i ministri delle finanze e
i governatori delle banche centrali della Russia, della Cina, del
Giappone e del Brasile per mettere a punto il progetto che avrà come
conseguenza il fatto che il prezzo del greggio non sarà più espresso
in dollari.

Il progetto, confermato al nostro giornale da fonti bancarie arabe dei
Paesi del Golfo Persico e cinesi di Hong Kong, potrebbe contribuire a
spiegare l’improvviso rincaro del prezzo dell’oro, ma preannuncia
anche nei prossimi nove anni un esodo senza precedenti dai mercati del
dollaro.

Gli americani, che sono al corrente degli incontri – pur non
conoscendone i dettagli – sono certi di poter sventare questo intrigo
internazionale di cui fanno parte leali alleati come il Giappone e i
Paesi del Golfo. Sullo sfondo di questi incontri valutari, Sun Bigan,
ex inviato speciale della Cina in Medio Oriente, ha sottolineato il
rischio di approfondire le divisioni tra Cina e Stati Uniti in ordine
alla loro influenza politica e petrolifera in Medio Oriente. “Le
dispute e gli scontri bilaterali sono inevitabili”, ha detto
all’Africa and Asia Review. “Non possiamo abbassare la guardia in
merito all’ostilità che fronteggiamo in Medio Oriente sugli interessi
energetici e la sicurezza”.

Questa frase ha tutta l’aria di una previsione pericolosa su una
futura guerra economica tra Stati Uniti e Cina per il petrolio
mediorientale – con il pericolo di trasformare i conflitti della
regione in una lotta di supremazia delle grandi potenze. L’incremento
della domanda di petrolio è più marcato in Cina che negli Stati Uniti
in quanto la crescita cinese è meno efficiente sotto il profilo
energetico. Abbandonando il dollaro i pagamenti, stando a fonti
bancarie cinesi, potrebbero essere effettuati in via transitoria in
oro. Una indicazione della gigantesca quantità di denaro di cui si
parla può essere desunta dalla ricchezza di Abu Dhabi, Arabia Saudita,
Kuwait e Qatar che insieme hanno, stando alle stime, riserve in
dollari per 2.100 miliardi.

Il declino della potenza economica americana strettamente connesso
all’attuale recessione globale è stato riconosciuto dal presidente
della Banca Mondiale Robert Zoellick. “Una delle conseguenze di questa
crisi potrebbe essere l’accettazione del fatto che sono cambiati i
rapporti di forza economici”, ha detto a Istanbul prima delle riunioni
di questa settimana del Fondo Monetario Internazionale e della Banca
Mondiale. Ma è stato il nuovo straordinario potere finanziario della
Cina – non disgiunto dalla rabbia sia dei Paesi produttori che dei
Paesi consumatori di petrolio nei confronti del potere di interferenza
degli Stati Uniti nel sistema finanziario internazionale – a stimolare
i recenti colloqui con i Paesi del Golfo.

Brasile e India si sono mostrati interessati a far parte di un sistema
di pagamenti non più basato sul dollaro. Allo stato la Cina appare la
più entusiasta tra le potenze finanziarie, non fosse altro che per il
suo gigantesco interscambio commerciale con il Medio Oriente.

La Cina importa il 60% del petrolio che consuma, per lo più dal Medio
Oriente e dalla Russia. I cinesi hanno concessioni petrolifere in Iraq
– bloccate fino a quest’anno dagli Stati Uniti – e dal 2008 hanno un
accordo da 8 miliardi di dollari con l’Iran per lo sviluppo delle
capacità di raffinazione e delle risorse di gas. La Cina ha contratti
petroliferi in Sudan (dove ha sostituito gli Stati Uniti) e da tempo
sta negoziando concessioni petrolifere in Libia dove tradizionalmente
questo genere di accordi è del tipo joint venture.

Inoltre le esportazioni cinesi verso la regione ammontano ora a non
meno del 10% delle importazioni di tutti i Paesi del Medio Oriente e
includono una vasta gamma di prodotti che vanno dalle automobili agli
armamenti, ai generi alimentari, al vestiario e persino alle bambole.
Riconoscendo esplicitamente il crescente peso finanziario della Cina,
il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha
chiesto l’altro ieri a Pechino di consentire alla yuan di apprezzarsi
sul dollaro e, di conseguenza, di diminuire la dipendenza della Cina
dalla politica monetaria americana contribuendo così a riequilibrare
l’economia mondiale e ad alleggerire la pressione al rialzo sull’euro.

Dagli accordi di Bretton Woods – gli accordi conclusi dopo la seconda
guerra mondiale che ci hanno tramandato l’architettura del moderno
sistema finanziario internazionale – i partner commerciali degli Stati
Uniti hanno dovuto affrontare le conseguenze della posizione di
controllo di Washington e, negli anni più recenti, dell’egemonia del
dollaro in quanto principale valuta di riserva.

I cinesi credono, ad esempio, che siano stati gli americani a
convincere la Gran Bretagna a non entrare nell’euro per impedire una
fuga dal dollaro. Ma secondo le fonti bancarie cinesi i colloqui sono
andati troppo avanti per poter essere bloccati. “Non è da escludere
che nel paniere delle monete entri anche il rublo”, ha detto un
importante broker di Hong Kong all’Indipendent. “La Gran Bretagna è
presa in mezzo e finirà per entrare nell’euro. Non ha scelta in quanto
non potrà più usare il dollaro americano”.

Le fonti finanziarie cinesi sono convinte che il presidente Barack
Obama sia troppo occupato a rimettere in piedi l’economia americana
per concentrarsi sulle straordinarie implicazioni della transizione
dal dollaro ad altre valute nel volgere di nove anni. Al momento la
data fissata per l’abbandono del dollaro è il 2018.

Gli Stati Uniti hanno fatto appena cenno a questo problema in
occasione del G20 di Pittsburgh. Il governatore della Banca centrale
cinese e altri funzionari da anni sono preoccupati per la situazione
del dollaro e non ne fanno mistero. Il loro problema è che gran parte
della ricchezza nazionale è in dollari.

“Questi progetti cambieranno il volto delle transazioni finanziarie
internazionali”, ha detto un banchiere cinese. “Stati Uniti e Gran
Bretagna debbono essere molto preoccupati. Vi accorgerete di quanto
sono preoccupati dalla pioggia di smentite che questa notizia
scatenerà”.

Alla fine del mese scorso l’Iran ha annunciato che le sue riserve in
valuta estera saranno in futuro in euro e non in dollari. I banchieri
ricordano, naturalmente, quanto è capitato all’ultimo Paese produttore
di petrolio del Medio Oriente che ha tentato di vendere il petrolio in
euro e non in dollari. Pochi mesi dopo che Saddam Hussein aveva
comunicato la sua decisione ai quattro venti, gli americani e gli
inglesi hanno invaso l’Iraq.

****

© The Independent

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

06 ottobre 2009


Home | Contatti | Mappa del sito | | Statistiche del sito | Visitatori : 241 / 614688

Monitorare l’attività del sito it  Suivre la vie du site Dossiers, alternatives, politiques et réflexions  Suivre la vie du site Economiques   ?    |    titre sites syndiques OPML   ?

Sito realizzato con SPIP 3.0.21 + AHUNTSIC

Creative Commons License